Recensione “Lupo mannaro”


Trama

Questo è un libro con due punti di vista e due protagonisti. Dell’assassino sappiamo ben presto identità e come uccide le vittime. Il libro si apre con l’esatta, lucida e precisa descrizione dell’omicidio di una giovane ragazza, prostituta occasionale e con problemi di tossicodipendenza, descritto in terza persona. Del rappresentante della giustizia che gli dà la caccia sappiamo tutto: è lui il vero protagonista, in effetti. Ne conosciamo debolezze e genialità. Accanto a lui c’è una giovane assistente: Grazia Negro, che viene qui introdotta da Lucarelli e dallo sguardo problematico del commissario Romeo. Assassino e poliziotto hanno un punto in comune: la mancanza di qualcosa. Il primo non ha la coscienza, solo una lucida razionalità nello scegliere le sue vittime e prenderle a morsi, tanto che questo particolare gli varrà il nomignolo di Lupo mannaro. Non ha un vero e proprio movente, se non quello di scaricare lo stress di una vita da dirigente.
Al commissario Romeo manca il sonno, non riesce a dormire, nonostante tutti i farmaci che prende. Così, in una spirale dove il tempo viene percepito come una corsa contro lo stesso, si dipana una matassa che è capace di avviluppare forte a sé il lettore, dalla prima all’ultima pagina.

Perché leggere questo libro?

  • Per scoprire il lato noir dell’Italia degli anni Novanta
  • Per lo stile di scrittura scattante e coinvolgente
  • Perché viene mostrato come nella vita non sempre vada tutto come deve andare
  • Per godersi un brivido in questa calda e lunga estate

Recensione completa

Libro geniale ed originale, non è il solito giallo a cui siamo abituati. Quello che salta subito all’occhio, dalla prima pagina, è la presenza dei punti di vista sia della giustizia che del crimine. Il rovesciamento stilistico è quasi disturbante: la narrazione in terza persona è distesa, con un respiro tranquillo, ad indicare la serenità dell’assassino. Lui sceglie il posto e la vittima con accuratezza, si prende tutto il tempo per farlo. Sa che può rimanere impunito, d’altronde ne ha già uccise tante senza che il minimo sospetto ricadesse su di lui. La voce della giustizia, invece, è rotta, singhiozzante, angosciata e indecisa. È minata nella salute e nel suo senso d’identità. Il commissario Romeo soffre forse di una malattia mortale, forse di una nevrosi, ed è separato in casa dalla moglie ormai da quattro anni. È maledettamente bravo nel suo lavoro, eppure il suo mondo sta crollando e lui si sente impotente, incapace di accettare che ci sono casi nei quali è possibile non si trovino i veri colpevoli, nonostante si sappia chi siano. Accanto a lui, Grazia Negro, la sua assistente ventiduenne di origini pugliesi, trasferitasi lì in Emilia, uno dei suoi pochi punti di riferimento sicuri nella vita. Lavorano insieme da tre anni, durante i quali tra loro non è successo nulla, eppure i suoi sono gli occhi di una donna innamorata. Il commissario Romeo ce lo svela, la ricambia, ma con così tanta paura di vivere appieno quel sentimento (come qualsiasi altra cosa) da finire per rovinare tutto.

Il tempo verbale dei capitoli in terza persona è il passato, il racconto in prima, invece, si riferisce al presente. Eppure è difficile capire quanto tempo passi effettivamente. Sembra una corsa folle contro qualcosa di ineluttabile, tra pregiudizi ben radicati nella nostra società (poca considerazione data alla testimonianza di un extracomunitario clandestino, così come alle vittime, prostitute occasionali e tossicodipendenti) e giochi di potere che inghiottono la realtà e la trasformano fino a che non diventi “accettabile”.

Un consiglio: mettetevi delle buone scarpe da corsa e cominciate a leggere.



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